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TFR e fondi pensione dal 2026: tre novità da conoscere in parole semplici.

11 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

Il 2026 rappresenta un anno di svolta per la previdenza complementare e per la gestione del TFR dei lavoratori dipendenti. Oltre al conferimento automatico ai fondi pensione dopo 60 giorni di silenzio del lavoratore, sono operative tre novità che vale la pena conoscere, anche senza essere addetti ai lavori.

 

1. Più spazio alla deducibilità: il limite sale a 5.300 euro

 

Dal 2026 il tetto annuo dei contributi volontari deducibili dal reddito è stato leggermente aumentato: da 5.164,57 a 5.300 euro, in pratica, chi versa alla previdenza complementare può “spostare” una parte di reddito dal fisco al proprio salvadanaio pensionistico, il vantaggio cambia a seconda dell’aliquota IRPEF personale. Su 5.300 euro versati, il risparmio d’imposta può essere indicativamente di:

●       circa 1.200 euro con aliquota al 23%;

●       circa 1.750 euro con aliquota al 33%;

●       oltre 2.200 euro con aliquota al 43%.

 

Nel caso più elevato, il costo effettivo per il lavoratore si riduce a poco più di 3.000 euro, mentre il resto è costituito da imposte che non vengono più pagate. Per chi ha iniziato a lavorare dopo il 2007, la normativa consente inoltre di recuperare, entro certi limiti, gli anni in cui non si è sfruttato del tutto il plafond, con contributi aggiuntivi nei periodi successivi, fino ad arrivare ad un tetto complessivo annuo di 7.950 euro.

 

2. Contributo dell’azienda più “libero” verso i piani individuali

 

Fino a oggi, uno dei motivi che frenava molte persone dal trasferire il proprio montante da un fondo di categoria a un piano individuale era il rischio di perdere il contributo del datore di lavoro.

 

Dal 31 ottobre 2026 questa rigidità viene attenuata: dopo almeno due anni di partecipazione e restando in essere il rapporto di lavoro, il lavoratore potrà trasferire la propria posizione verso un piano individuale mantenendo il diritto al contributo aziendale. In sostanza, viene meno quella sorta di “gabbia” che costringeva a rimanere nel fondo originario solo per non rinunciare alla quota versata dall’azienda.

Questo non significa che convenga sempre e comunque cambiare: sarà importante guardare con attenzione a:

 

●       corrispondenza tra linee di investimento e età del lavoratore;

●       livello dei costi applicati;

●       eventuali tutele accessorie, per esempio coperture per invalidità o non autosufficienza, collegate al fondo.

 

3. Uscita più flessibile: non solo rendita vitalizia a vita

 

Per molti anni, chi arrivava alla pensione con un fondo complementare aveva, di fatto, una strada abbastanza obbligata: una parte del capitale in un’unica soluzione, il resto trasformato in rendita vitalizia. Questa impostazione è spesso percepita come rigida, anche per i dubbi su cosa accade al capitale residuo in caso di decesso.

 

Le modifiche più recenti hanno ampliato le modalità di utilizzo del montante accumulato, prevedendo soluzioni differenti tra cui:

 

●       rendita a durata definita, cioè suddividendo il capitale su un certo numero di anni, ad esempio 20, con una tassazione di favore che può scendere nel tempo;

●       prelievi programmabili, entro un limite annuo, con possibilità di recuperare nei periodi successivi gli importi non utilizzati;

●       erogazione frazionata in un arco di anni scelto dall’aderente, minimo cinque, che consente di “smontare” il capitale più rapidamente, con aliquote fiscali comunque agevolate.

 

In tutte queste ipotesi il capitale che non è ancora stato erogato resta investito, con la possibilità che ciò che non viene consumato confluisca ai beneficiari designati.

In sintesi, tra aumento del limite deducibile, maggiore libertà nel mantenere il contributo aziendale anche cambiando forma pensionistica e nuove modalità di uscita flessibili, il 2026 apre spazi interessanti per ripensare il ruolo del TFR e dei fondi pensione nel proprio progetto di vita. Comprendere in modo chiaro queste leve consente al lavoratore di trasformare scelte spesso subite, come “lasciare il TFR in azienda”, in decisioni realmente consapevoli.

 

 
 
 

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