La legislazione….del tampone

Il virus non pare rappresentare l’unico fattore inarrestabile in questo sciagurato periodo storico, gli fa buona compagnia la schizofrenica produzione legislativa che, incapace di organizzare un progetto per convivervi, maschera le proprie inefficienza dietro un presunto “stato emergenziale”. Tale legislazione tampone, priva di progetto, si nutre ora dell’annuncio di un vaccino potenzialmente risolutore, che dovrebbe, secondo il legislatore, giustificare la rinuncia ad ogni tentativo di convivenza giuridica con gli effetti del virus.

Nonostante ciò, l’imprevedibilità, sulla fine dell’emergenza, getta allarmi inquietanti sui temi chiave del nostro diritto del lavoro, che inevitabilmente influiscono negativamente su un’economia da mesi paralizzata. Si pensi alla mutazione giuridica imposta allo smart working, il cui cardine era l’alternanza tra presenza fisica e da remoto, trasformato, per mezzo di una deroga “agevolata”, in un “lavoro da casa” che non ha niente in comune con l’istituto originario. Al tempo stesso la tempesta di difficoltà operative, in parte scusabili, e di eccessi di burocrazia, molto meno giustificabili, hanno fatto naufragare, al primo vero banco di prova, gli ammortizzatori sociali, riformati solo 5 anni fa dal D.Lgs. 148/2015, facendone venir meno la funzione sociale più essenziale ovvero quella di sostenere “tempestivamente” le famiglie in difficoltà. Risulta incomprensibile, inoltre, la sufficienza dimostrata verso il tema fondamentale delle procedure di licenziamento, affrontata solo tramite rinvii, quasi si volesse in tale modo esorcizzare una prospettiva post divieto, ben conosciuta agli operatori del diritto, unici a comprendere l’enorme rischio verso il quale si stiamo rapidamente avvicinando.

In sostanza la politica del rinvio, improvvisazione e mancata programmazione che ha dimostrato tutta la sua inefficienza in questi mesi rischia di provocare danni di entità non immaginabili nello scenario post Covid. Iniziare a parlare di riforme, non degli “ammortizzatori”, ma del sistema intero di formazione professionale per la ricollocazione ed ancora investire, contrariamente all’esperimento del Fondo nuove competenze, sulle opportunità esterne a scapito delle interne è la strada da seguire con decisione. Nessun progetto di superamento della crisi potrà, infatti, delegare alle sole aziende l’assorbimento del proprio personale in esubero, tantomeno dopo un periodo lungo e travagliato come quello attuale. La vera sfida sarà iniziare a pensare a un sistema di convivenza attiva con una situazione complessa, che potrebbe durare molto tempo, superando i limiti di una legislazione tampone che da molti mesi viene propinata e che oggi si allontana sempre più dalle reali esigenze di aziende e dipendenti. L’augurio dell’ultimo numero dell’anno, è che, in tal modo, in questa rubrica, si possa tornare a parlare, parafrasandone il nome, del “lavoro che c’è”, prima che il buon editore inizi a prendere in considerazione di cambiarlo.


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