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Legge di bilancio 2026

Come consuetudine iniziamo l’anno analizzando cosa ha portato sotto l’albero degli italiani “il legislatore” che vara una delle leggi di bilancio con minori risorse a disposizione della storia non senza i soliti due mesi di contraddizioni, discussioni, serrate, ecc.,

Noi siamo interessati al “lavoro” ed iniziamo con gli incrementi retributivi che, direi finalmente, i lavoratori dipendenti con reddito fino ad euro 33.000,00, percepiranno nel 2026, a seguito di aumenti contrattuali, saranno tassati con un imposta sostitutiva al 5%, trattasi di una vera e propria flat-tax che interesserà circa 3,8 milioni di dipendenti del settore privato che costituiscono la fascia più debole della platea lavorativa.

Un’altra novità è rappresentata dalla riduzione dell’aliquota dal 5% all’1% e dall’incremento del limite massimo di importo che sale da 3mila a 5mila euro sia sui premi di risultato che sulle quote di partecipazione agli utili da parte dei dipendenti con redditi da lavoro fino a 80mila euro.


Viene confermata, inoltre, per il prossimo anno l’esenzione del 50% dell’ammontare dei dividendi corrisposti ai lavoratori e derivanti da azioni attribuite in sostituzione dei premi di risultato, per un importo non superiore a 1.500 euro annui, con oneri valutati in 21 milioni di euro per il 2026.

Le somme corrisposte a titolo di maggiorazioni e indennità per lavoro notturno, per lavoro festivo e nei giorni di riposo settimanale e per le indennità di turno e ulteriori emolumenti connessi al lavoro a turni, fino ad un limite di euro 1.500,00 annui ad I dipendenti privati con redditi inferiori a 40mila euro, sono assoggettati ad una cedolare secca al 15%.

Novità anche per i buoni pasto elettronici: si prevede che non concorrano alla formazione del reddito di lavoro dipendente entro il limite giornaliero di 10 euro con un incremento del 25% della somma in vigore fino al 2025.

Denatalità e crescita dell’aspettativa di vita obbligano chi legifera ad occuparsi sempre di più di previdenza complementare, stavolta viene introdotto un meccanismo di silenzio assenso secondo cui il trattamento di fine rapporto dei neo assunti viene destinato, dal 1 luglio 2026 con 60 giorni di tempo per rinunciare, alla previdenza complementare.

Viene introdotto un criterio di investimento del Tfr così conferito che prevede che all’inizio dell’età lavorativa i soldi siano investiti in attività a maggiore rendimento e a maggior rischio, e che questo metodo si inverta man mano che il lavoratore si avvicina alla fine dell’età lavorativa, con investimenti su strumenti meno rischiosi e a rendimento più basso.

Contemporaneamente sul fronte fiscale, con decorrenza dal periodo di imposta 2026, sale da 5.164,57 euro a 5.300 euro il limite annuo di deducibilità dalle imposte sui redditi per i contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro o committente alle forme di previdenza complementare.


Va infine ricordato che dal 1° gennaio si estende la platea di imprese che devono versare il Tfr al fondo di gestione presso l’Inps, perché hanno raggiunto o raggiungono la soglia di cinquanta dipendenti negli anni successivi a quello di inizio dell’attività. Nella fase transitoria, 2026–2027, per le imprese coinvolte la soglia media annuale non deve essere inferiore a sessanta addetti, a regime, ovvero dal 1° gennaio 2032, l’obbligo di versare al Fondo Inps si estende ai datori di lavoro che occupano alle proprie dipendenze un numero di addetti pari o superiore a quaranta.


Come vediamo, nonostante le risorse scarse a disposizione, vi sono segnali incoraggianti, speriamo sia soltanto l’inizio perché è necessario, ora come mai, che le famiglie recuperino il potere di acquisto perso a partire dal periodo di Covid.

 
 
 

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