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Salario minimo o quoziente familiare?

Il salario minimo è stato uno degli argomenti “top” della trascorsa estate, in mancanza di indiscrezioni fondate sulla prossima legge di bilancio, proviamo a sdrammatizzarlo cercando, come sempre avviene in questa rubrica, di tenere a distanza il gioco al massacro della politica.

Nei giorni della “pesca di esselunga”, ove tutto e il contrario di tutto diviene mero esercizio di opposizione politica, stride che, nel nostro caso, coloro i quali dovrebbero rappresentare i destinatari dello strumento, lavoratori ed imprese, sembrano estranei alla discussione generale invece che essere in prima linea.


In realtà assistiamo ad un dibattito fra Cgil e Uil che manifestano un timido sostegno al salario minimo come base di partenza e presidio dei settori non coperti da contrattazione e Cisl ed associazioni datoriali .schierati nettamente verso il no alla misura.

Siamo di fronte alla dimostrazione evidente del sorpasso della politica, di qualunque colore essa sia, infatti, l’applicazione delle norme del diritto del lavoro viene regalata alle parti sindacali con l’effetto di annullare la “nobile” funzione di mediazione dell’interesse del datore di lavoro e dei lavoratori propria del diritto stesso.


Al contrario, nella realtà di ogni giorno, I salari adeguati al costo della vita arrivano da libere concessioni aziendali, ovvero da una mano invisibile privata libera da legge o previsioni contrattuali, mentre la contrattazione, anche quella delle sigle cd “leader” ha dimostrato lacune incolmabili, si veda per tuti quanto accaduto nel settore vigilanza con interventi delle procure ad arginare fenomeni di caporalato.


Il paradosso è il compromesso sindacale mai risolto fra l’introduzione del salario minimo ad i soli settori scoperti, e la pretesa di poter determinare il confine di un settore o la competenza dello stesso, gestendo di fatto a piacimento alcuni comparti, vedasi “rider”.

Dal punto di vista legale non c’è dubbio che l’intervento di un salario determinato potrebbe essere positivo se combinato con un reale abbattimento del costo del lavoro per la parte a carico azienda e non finanziato da un aumento delle tasse come da proposta di legge ma una semplice attuazione, priva di un criterio di indicizzazione automatica snello e adattabile al mutare delle condizioni, sarebbe inefficace.


La soluzione alternativa, a parere di chi scrive, potrebbe essere ottenere, fiscalmente, un “minimo netto garantito”, svincolato dalla irrealizzabile uguaglianza contrattuale, riducendo il cuneo fiscale a partire dalle fasce di reddito più basse e parametrandolo al numero dei familiari presenti sullo stato di famiglia con l’effetto di riuscire ad applicare, 75 anni dopo, l’art. 36 Costituzione rendendo omaggio ad i padri costituenti. venti delle procure ad arginare fenomeni di caporalato.


Il paradosso è il compromesso sindacale mai risolto fra l’introduzione del salario minimo ad i soli settori scoperti, e la pretesa di poter determinare il confine di un settore o la competenza dello stesso, gestendo di fatto a piacimento alcuni comparti, vedasi “rider”.

Dal punto di vista legale non c’è dubbio che l’intervento di un salario determinato potrebbe essere positivo se combinato con un reale abbattimento del costo del lavoro per la parte a carico azienda e non finanziato da un aumento delle tasse come da proposta di legge ma una semplice attuazione, priva di un criterio di indicizzazione automatica snello e adattabile al mutare delle condizioni, sarebbe inefficace.


La soluzione alternativa, a parere di chi scrive, potrebbe essere ottenere, fiscalmente, un “minimo netto garantito”, svincolato dalla irrealizzabile uguaglianza contrattuale, riducendo il cuneo fiscale a partire dalle fasce di reddito più basse e parametrandolo al numero dei familiari presenti sullo stato di famiglia con l’effetto di riuscire ad applicare, 75 anni dopo, l’art. 36 Costituzione rendendo omaggio ad i padri costituenti.

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